Mi contatta un vecchio e caro amico su emmesseenne.
Ultimamente, forse dal post-Aquila, abbiamo diviso tanti Martini e Mojito, diverse vodke e birre.Tra una sigaretta e una chiacchiera.
Gli voglio bene.
Mi dice, a un certo punto:" Ma hai saputo?"
Io:"Cosa?"
Lui:"Eh...di G."
Io:"No, cosa?"
Lui:"Lunedì la mamma ha avuto un incidente in macchina."
Io:"Cavolo"
Lui:"E ora non c'è più."
Io:"...Merda."
E allora, ovvio che abbandono quelle stramaledettissime palline di pongo e lo snervante stop motion per sputare due parole.
Che non vorrei dirne nemmeno una.
Sì, perchè a me ste cose fanno rabbia.
A me fa rabbia se, sul colpo, da un momento all'altro, non rivedrò più qualcuno a cui voglio bene.
Perchè non è giusto.
Cioè, non dico che bisogna fare che, tipo, uno riceve una lettera dove c'è scritto "Ciao, sono Dio o uno che ne fa le veci. Senti, va bene se il giorno tot vieni via con me? facciamo alle ore tot? Tieniti pronto eh, non mi va che facciamo tardi" e, la lettera, arriva, chessò, un paio di settimane prima così uno ha tempo di fare tutto e salutare tutti. No. Però cavolo.
'Ste cose distruggono.
Muore un pò di te quando muore qualcuno a cui vuoi bene.
E...E boh.
Sono confusa.
Perchè si volerà pure in cielo, poi. Si diventerà pure angeli. Ci si reincarnerà pure. Qualunque cosa.
Ma, io da un momento all'altro non posso più abbracciare qualcuno. E allora sticazzi.
Allora se mi chiedo "Dove sei" io so solo rispondermi "Non più qui".
E... Fa male.
Proprio qualche notte fa ero lì a ripensare a chi ho voluto bene senza mai dirlo ai diretti interessati.
E proprio questa notte starò a vedere un'altra notte che scende. E a quanto la vita sia estremamente brava a strapparti via chi ami senza alcun preavviso.
E domani a Giovi dirò che sì, lei starà sempre con lui e lui la vedrà e sentirà ovunque ma...vaffanculo.
Vorrei dire qualcosa di utile e magari anche straziante ma...No, non mi viene niente.
Mi dispiace.
31 maggio 2009
29 maggio 2009
Dove vanno le cose che perdi?
"Mi sembra che al mondo, esistano tante storie sospese...
E che si perdono per strada."
Italo Calvino
Per un attimo ho pensato che fossero lacrime quelle che cadevano dal cielo, stasera.
Poi ho ripensato a oggi e ho capito che era pioggia vera.
Perchè le lacrime sono già scese, tempo fa. E non si disperdono su un cuscino da veramente tanto tempo ormai. Quando ero troppo felice. Quando ero troppo triste. Lontana. Malinconica. Orgogliosa. Fiera. E ora no, non c'è motivo che scorrano. Nemmeno se fosse nuvoloso.
Mi sono svegliata relativamente presto. C'era il sole. C'era il vento. Come al solito il rimmel ha coperto una notte meno insonne del solito.
Sono arrivata a lezione tardi perchè non mi andava di correre. Non questa volta.
Il mio professore ha gli occhi chiari che col sole sembrano di vetro. Mi piace che abbia riso per la mia buffa e azzardata parodia su Shakespeare. Ha un bel modo di ridere. Le rughe che raccontano e testimoniano i suoi tanti anni, raddoppiano intorno gli occhi e arrossisce leggermente. La sua voce mi ricorda di viaggi invernali. Di quando le 17 era già quasi buio e usciva il fumo dalla bocca per il freddo. Mi ricorda di momenti lontani. Di notti antiche che forse non si ripeteranno più. Mi ricorda le meravigliosi notti trascorse su un soppalco. I pomeriggi bagnati su un divano. Rubrik e la sigaretta alla finestra. China Martini e 4 salti in padella. E la voglia di non staccarsi mai che ancora conservo gelosamente e che ancora possiedo.
Oggi ho deciso che mi laureo con lui, probabilmente.
Sono poi stata, praticamente tutto il giorno, con un'amica che parla come il Vernacoliere a volte, deh. Mi è simpatica da sempre anche se non ricordo come l'ho conosciuta. Ha una casa da sogno. E due tette enormi che invidio. Mi piace perchè mi racconta di tutto. Mi racconta il suo passato. Come se mi conoscesse da sempre ma non ci fossimo viste per anni. Come se avessi perso le puntate della sua giovinezza.
Abbiamo fatto merenda e s'è aggiunto anche il padre. E pensavo al mio. Al mio che non c'è. Che quando faccio qualcosa penso "Ora glielo mando via mail" quando vorrei che fosse nella stanza accanto, a volte.
L'indipendenza allontana a volte. E i sogni rendono soli, spesso.
Da domani iniziano giorni intensi. Ho deciso così.
Ho voglia di correre. No, non per scappare, non stavolta. Solo correre.
E vorrei andare. Andare e rubare pezzi di anime. Rubare sguardi e sorrisi. Rubare la leggerezza e l'incoscenza. Rubare quella spensieratezza che sto perdendo. Rubare la voglia di andare ad una festa nonostante devo studiare giorno e notte, che non ho. Rubare ciò che potrei perdere, che ho perso, che sto perdendo. Rubare i miei passati 19 anni, che ora già mi ritrovo a dire:"Io alla tua età..". Rubare ancora una volta quelle parole arrivate troppo tardi. Rubare quell'ultimo saluto che era un lamento, su un letto straziante. Rubare quello stupido:"Ciao" detto per strada prima che morisse e che ora è una delle cose più importante che ricordi. Rubare ancora la sua maglia "Mi piace-La vuoi?-Maddai mi andrà grande-Te la porto domani lavata-Vabè mica puzzi-Eh saprà di erba e sigarette-Allora me la porti domani-E' tua"e ritrovarla, perchè ce l'ho ancora da qualche parte ma ho rimosso dove l'abbia messa. Stupidamente. Come se ci fosse bisogno di una maglia, poi, per ricordarsi qualcuno che è andato via per sempre. Rubare la follia di cambiare da un momento all'altro; cambiare capelli e città, così, nel giro di 4 ore.
Vorrei rubare ciò che non ho.
No.
Non posso comprarla.
Ciò che vorrei veramente, un prezzo, davvero non ce l'ha. E se ce l'avesse, sarebbe troppo costoso, anche per Bill Gates.
7 maggio 2009
Tristezza di un Clown

Tristezza di una maschera.
Lo lessi tempo fa quel libro. Mi ricordo che era mi era piaciuto. E che subito dopo lessi Chiedi alla Polvere che mi piacque mille volte di più.
Il giovedì è un giorno che qui a Firenze mi piace tanto.
Perchè la settimana non è appena iniziata e non è ancora finita. Perchè mi piace la lezione di Storia dell'Arte. Perchè mi piace passare sotto i portici di P.zza della Repubblica e vedere il mercatino dei fiori. Tanti fiori e piante. Tra colori e boccioli. Perchè sono tanti giovedì che ormai c'è un caldo sole anche alle 9 del mattino.
Ma.
C'era un mimo che si truccava.Lento.Un fiore ai suoi piedi.Tanta di quella cipria che poteva incolpare quella polvere per gli occhi lucidi. Quella polvere da geisha senza kimono.
Occhi lontani. Più lontani del pavimento su cui si posavano.E con un rossetto, rosso, rosso come la rabbia, rosso come Venere, rosso come Otello, rosso come il sole al tramonto,rosso come il sangue, rosso come la passione, rosso come la carne.Un rosso così. E si disegnava un sorriso.
E mi sembrava una lama sottile quel pennello con cui, con una maestria e precisione impressionante, avrebbe recitato la sua parte, anche oggi.Una lama che tagliava un pò il cuore e non si sarebbe capito dove iniziava un rosso e finiva l'altro.
Poi m'ha guardato.
Uno sguardo di chi è stato scoperto.Di chi ti chiede di non dirlo a nessuno.Di chi vorrebbe dirti di andartene via.Di chi avrebbe avuto scie nere sulle gote da un momento all'altro.
Per me, non c'è cosa più struggente di un mimo triste.
Domani vorrei vedere come sta.
Anche se so che non lo troverò.
Aveva lo sguardo deciso, insicuro e malinconico di una partenza senza ritorno.
Il disegno è mio, ma non l'ho inventato. Ma la foto originale era veramente somigliante a lui. L'ho disegnato perchè stasera volevo ricordarmi di quanto un sorriso disegnato non significhi esser felici.
E lui non lo sa, ma io gli ho visto scendere quella lacrima prima che nascesse.
28 aprile 2009
Un prato di stelle
"Buonanotte piccola figlia della luna.
Chissà se anche tu,come diceva Shakespeare,
quando ti avvicini troppo alla terra fai impazzire tutti."
(Giovi,in un sms)
Ho comprato un fiore.
Di lana cotta.
Una margheritina.
Ce l'ho ancora tra i capelli ed è come esser innocente e graziosa.Come quando da piccole ci mettevano le ciligie sulle orecchie come fossero orecchini.Queste cose così.Un pò per esser di nuovo bambina.Un pò per sorridere ancora di più.Se fosse mai possibile sorridere ancora di più,oggi.
Poi pioveva.
E quella margheritina rendeva tutto più primavera.
E poi ho preso quattro ciondolini.
Sono stelle.Piccole piccole.Ma sapessi come brillano quando le guardo.Come sono calde.
E io le stelle, le porto sempre con me.Dentro.
Le porterò in un tatuaggio.Le porto al braccio.
E mi ci perdo dentro.Cucinando pasta alle verdure.Anche.
24 aprile 2009
Certe cose allora, esistono davvero!
Jeans, Superga, maglione e i soliti occhialoni da sole.
Un saluto a Tontolo, il mio portinaio, che parla parla parla parla mentre io dico che ho fretta.
Sì ho fretta di andare a comprare delle arance. Ho un disperato bisogno di vitamina C.
Solo che.
Ci sono troppi negozi d'abbigliamento sulla via per arrivare alla Conad da casa mia.
Sono pur sempre una donna. Una donna terribilmente triste e debilitata da un fastidioso raffreddore. Una donna che ha lasciato da poco la sua famiglia per ritornare in una città lontana. Una donna che ha già comprato, nonchè iniziato a leggere, i libri di St.dell'Arte per l'esame. Una donna che ha sbagliato solo una domanda su 30 ad un esame. Una donna che era in compagnia solo di dispettosi virus e tachipirine in questi giorni. Una donna che, da quando è ritornata, non ha comprato niente a parte lo shampoo e il pane.
Una donna insomma, che di scuse se ne sa trovare tante per giustificare QUELL'ADORABILE TUTINA NERA ALLA TURCA.
Da brava osservatrice di Glamour e Cosmopolitan e Vogue e Vanity Fair (sì, osservatrice perchè io non trovo mai nulla di leggere, solo foto di splendide modelle anoressiche che mi ricordano che ero a dieta proprio dopo aver ordinato, stesa sul letto, una pizza capricciosa, sì con olio piccante se è possibile, grazie.) sono il MUST della nuova stagione.
Entro, tocco il tessuto e leggo che addirittura è Made in Italy. Non ce ne sono altri. Vedo il prezzo. Qualcosa in me dice di desistere. Dice che quei soldi mi potrebbero servire per cose più utili. Per mangiare, per esempio. Per sopravvivere insomma. Ok, mi dico. Se non è della mia taglia non lo compro. Il fato volle che fosse della mia taglia. E che fosse l'unico rimasto. E che fosse così esattamente da come lo desideravo da un'infinità di tempo. Ok, mi dico. Lo provo. Magari non mi piace come mi sta addosso. La commessa carina e svampita mi accompagna nel camerino mentre il suo collega super checca sorride. Lo indosso. Ommioddio. Lo adoro. La commessa chiede come va. Mi faccio vedere. L'amico super checca sbircia ed esplode in un: "Sei assolutamente e squisitamente easy chic, tesoro! Non può mancare nell'armadio di una fashion victim!"
SEI ASSOLUTAMENTE E SQUISITAMENTE EASY CHIC. TESORO. FASHION VICTIM.
EASY CHIC, capite? FASHION VICTIM.
C'è chi questi termini li usa davvero. Li usa nella vita reale. C'è chi i giornali che a volte compro li studia seriamente. E' stato quasi emozionante. Sì. Volevo stringergli la mano e dirgli... beh, non dire nulla.
Ad ogni modo, conoscendomi, quella frase con quel tripudio di parole inglesi e avverbi poteva farmi scappare senza l'acquisto. Ma invece.
Nulla ha fermato il colpo di fulmine tra me e la tutina nera alla turca. E quando l'amore chiama, il corpo risponde,secondo me. Sempre.
Quindi allora ho capito che andava bene. Andava bene la commessa svampita e con la ricrescita. Andava bene il collega che usa e crede in termini che io uso per sfottere. Andava bene sopravvivere di stenti fino alla prossima ricarica postepay. Andava bene comprare il Martini Baby piuttosto che la bottiglia. Andava bene il caffè in casa e non al bar. Andava bene mangiare i rimasugli di un minestrone liofilizzato che comprai e che è ancora lì surgelato.
Andava benissimo.
"Se vuole, con lo scontrino, può cambiare questo capo con un altro, nel caso si accorgesse che non le va bene."
Resto sempre più interdetta. Uno: perchè dovrei cambiarlo se lo sto acquistando dopo averlo anche provato? Due: Non è un regalo, non ho chiesto mica pacchettini regali o mi ha mica sentito dire "Dia a me lo scontrino e tolga il prezzo è un regalo" perchè dovrei riportartelo?
Ad ogni modo dico un semplice va bene. E già penso a quando lo indosserò. A quando lo abbinerò. A quanto lo userò.
Torno verso casa. Soddisfatta. Sorridente. Con un trofeo tra le mani. Un trofeo EASY CHIC.
...Ah, essere stupidamente e vezzosamente donne, che goduria!
Ps. Le arance ovviamente mi sono ricordata di comprarle quando ero già in pantofole.
PPs. Sì, ho usato anche io nella stessa frase due avverbi insopportabili.
Un saluto a Tontolo, il mio portinaio, che parla parla parla parla mentre io dico che ho fretta.
Sì ho fretta di andare a comprare delle arance. Ho un disperato bisogno di vitamina C.
Solo che.
Ci sono troppi negozi d'abbigliamento sulla via per arrivare alla Conad da casa mia.
Sono pur sempre una donna. Una donna terribilmente triste e debilitata da un fastidioso raffreddore. Una donna che ha lasciato da poco la sua famiglia per ritornare in una città lontana. Una donna che ha già comprato, nonchè iniziato a leggere, i libri di St.dell'Arte per l'esame. Una donna che ha sbagliato solo una domanda su 30 ad un esame. Una donna che era in compagnia solo di dispettosi virus e tachipirine in questi giorni. Una donna che, da quando è ritornata, non ha comprato niente a parte lo shampoo e il pane.
Una donna insomma, che di scuse se ne sa trovare tante per giustificare QUELL'ADORABILE TUTINA NERA ALLA TURCA.
Da brava osservatrice di Glamour e Cosmopolitan e Vogue e Vanity Fair (sì, osservatrice perchè io non trovo mai nulla di leggere, solo foto di splendide modelle anoressiche che mi ricordano che ero a dieta proprio dopo aver ordinato, stesa sul letto, una pizza capricciosa, sì con olio piccante se è possibile, grazie.) sono il MUST della nuova stagione.
Entro, tocco il tessuto e leggo che addirittura è Made in Italy. Non ce ne sono altri. Vedo il prezzo. Qualcosa in me dice di desistere. Dice che quei soldi mi potrebbero servire per cose più utili. Per mangiare, per esempio. Per sopravvivere insomma. Ok, mi dico. Se non è della mia taglia non lo compro. Il fato volle che fosse della mia taglia. E che fosse l'unico rimasto. E che fosse così esattamente da come lo desideravo da un'infinità di tempo. Ok, mi dico. Lo provo. Magari non mi piace come mi sta addosso. La commessa carina e svampita mi accompagna nel camerino mentre il suo collega super checca sorride. Lo indosso. Ommioddio. Lo adoro. La commessa chiede come va. Mi faccio vedere. L'amico super checca sbircia ed esplode in un: "Sei assolutamente e squisitamente easy chic, tesoro! Non può mancare nell'armadio di una fashion victim!"
SEI ASSOLUTAMENTE E SQUISITAMENTE EASY CHIC. TESORO. FASHION VICTIM.
EASY CHIC, capite? FASHION VICTIM.
C'è chi questi termini li usa davvero. Li usa nella vita reale. C'è chi i giornali che a volte compro li studia seriamente. E' stato quasi emozionante. Sì. Volevo stringergli la mano e dirgli... beh, non dire nulla.
Ad ogni modo, conoscendomi, quella frase con quel tripudio di parole inglesi e avverbi poteva farmi scappare senza l'acquisto. Ma invece.
Nulla ha fermato il colpo di fulmine tra me e la tutina nera alla turca. E quando l'amore chiama, il corpo risponde,secondo me. Sempre.
Quindi allora ho capito che andava bene. Andava bene la commessa svampita e con la ricrescita. Andava bene il collega che usa e crede in termini che io uso per sfottere. Andava bene sopravvivere di stenti fino alla prossima ricarica postepay. Andava bene comprare il Martini Baby piuttosto che la bottiglia. Andava bene il caffè in casa e non al bar. Andava bene mangiare i rimasugli di un minestrone liofilizzato che comprai e che è ancora lì surgelato.
Andava benissimo.
"Se vuole, con lo scontrino, può cambiare questo capo con un altro, nel caso si accorgesse che non le va bene."
Resto sempre più interdetta. Uno: perchè dovrei cambiarlo se lo sto acquistando dopo averlo anche provato? Due: Non è un regalo, non ho chiesto mica pacchettini regali o mi ha mica sentito dire "Dia a me lo scontrino e tolga il prezzo è un regalo" perchè dovrei riportartelo?
Ad ogni modo dico un semplice va bene. E già penso a quando lo indosserò. A quando lo abbinerò. A quanto lo userò.
Torno verso casa. Soddisfatta. Sorridente. Con un trofeo tra le mani. Un trofeo EASY CHIC.
...Ah, essere stupidamente e vezzosamente donne, che goduria!
Ps. Le arance ovviamente mi sono ricordata di comprarle quando ero già in pantofole.
PPs. Sì, ho usato anche io nella stessa frase due avverbi insopportabili.
Un giorno, all'improvviso.

[La fantasia è più importante del sapere]
Ovvio che non è la primavera.
Ovvio che non sono i rinovirus. O meglio, loro c'entrano forse, almeno in parte.
E' follia. Sorpresa. Sono parole che non ti aspetti. Quel messaggio che mancava. Quel silenzio durante una telefonata.
E' bilico. E' che tanti vorrebbero essere al tuo posto e tu non riesci, non vuoi. O magari nessuno lo farebbe e tu neanche.
E' soldi in tasca e biglietteria di fronte a te. E' stazioni e navi. Un giorno, forse due, addirittura tre. Ore e Km. Cieli e onde. Uno zaino in spalla e un biglietto di ritorno prima ancora di fare quello d'andata.
E' massì-chettifrega-se non lo facciamo adesso quando?-ma ti pare-cosa vuoi che sia-.
E' tentazione.
E' una parte stranamente razionale di me che mi blocca quando tutto il resto di me vola in alto.
E' follia.
Semplice e pura follia.
20 aprile 2009
in the sunshine
Per quei pomeriggi che finiscono troppo presto.Per le foglie che cadono.Per la goccia che scivola sul vetro freddo.Per quelle vite che vengono vissute, anche se per poco tempo.
http://www.youtube.com/watch?v=cV_amj4Dj0c
http://www.youtube.com/watch?v=cV_amj4Dj0c
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